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I FONDAMENTI CULTURALI DEL
POLO UNIVERSITARIO
Per molti di noi, che hanno dedicato grande attenzione al ruolo del
localismo nel processo di sviluppo del nostro Paese, oggi è una
giornata molto importante perché la presentazione del Polo
Universitario Regioni Mediterranee è un punto di arrivo di una serie
di esperienze ed iniziative cominciate nella seconda metà degli anni
70’ all’interno del variegato mondo del cattolicesimo popolare.
Il Polo Universitario è figlio di quella cultura sturziana dei “
Liberi e Forti “, da sempre patrimonio della cultura siciliana dello
Stato, ma che nel resto del Paese trovò spazio con il decollo delle
Regioni a Statuto Ordinario. Questa cultura si fondava sulla
capacità dei vari comprensori, come veniva chiamato allora lo
sviluppo locale, di essere motori di crescita socio-economica.
Questa visione politico-economica favorì il decollo e l’affermazione
dei “distretti industriali”, grande vanto del nostro Paese. I
distretti industriali sorsero in tutto il Paese valorizzando
vocazioni e competenze, si svilupparono, molto per emulazione e
concorrenza tra i piccoli imprenditori, permisero a zone vocate da
sempre alla emigrazione di svilupparsi e divenire loro stesse punto
di richiamo di forza lavoro.
Era il momento del “ piccolo è bello” dove il sistema delle piccole
e medie imprese italiane assorbiva le migliaia di lavoratori che il
sistema industriale licenziava in conseguenza delle ristrutturazioni
e degli ammodernamenti tecnologici.
Mentre il Paese era pervaso da questo dinamismo il Sistema
Università cercava di definire il suo ruolo nella nuova società,
dopo dieci anni di sua messa in discussione e permettetemi lo slogan
“il passaggio da università di elite ad università di massa”.
In questa fase solo pochi Atenei si posero il problema di conoscere
meglio questa nuova forma socio-economica che emergeva,
sperimentando modalità di collegamento stabili tra conoscenze e
competenze ed il tessuto socio-economico.
Nel 1987 quando un gruppo di operatori del sociale e dell’economico
fondammo l’I.R.S.T. con lo scopo di studiare e approfondire aspetti
del “settore terziario” che a prima vista era l’unico che poteva
dare risposte in termini occupazionali, considerata la crisi dei
settori primario e secondario.
Questa iniziativa sottendeva un sogno “ dopo quindici anni dare vita
ad una Libera Università”.
Uno dei motivi, oltre alle attività da portare avanti, dei frequenti
accordi di collaborazione tra l’I.R.S.T. ed Università europee
dell’Est e dell’Ovest, era questo.
Con il farsi spazio della globalizzazione e della scomparsa degli
Stati Nazione a favore delle macro Regioni si è riproposto più forte
che mai il ruolo del Sistema Universitario nello sviluppo delle
Regioni. I Governi che si sono succeduti dalla fine degli anni ’80
hanno cominciato a porsi il problema di come rafforzare e rendere
stabile il rapporto tra Atenei e territori.
Dopo un lungo e proficuo dibattito venne approvata la legge n. 341,
del 19 novembre 1990, “ Riforma degli ordinamenti didattici
universitari”.
La legge, nel ridefinite i titoli che le università rilasciano,
prevede che le università possono avvalersi di soggetti pubblici e
privati per la realizzazione dei corsi di studio.
Questa legge faceva proprie le istanze che salivano dalla base per
cui degli Organismi pubblici e privati, impegnati attivamente sul
territorio, si costituiscono in Consorzio analizzano le esigenze
socio-economico-culturali del territorio e formulano una richiesta
al Sistema Universitario. L’Ateneo interpellato traduce in un
pacchetto la richiesta e garantisce la scientificità didattica della
proposta e la qualificazione della docenza.
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